Quanti conoscono i Sex Pistols, quanti conoscono le loro canzoni più famose, da “God Save The Queen” a “Anarchy In The UK”, fino all’interpretazione acida e distorta di “My Way”? Spero sia così per la maggioranza dei lettori: si parla di un gruppo imprescindibile nella storia del Rock. Un gruppo che certamente occupa un posto d’onore nel mio personalissimo pantheon musicale, quanto meno per la capacità di dissacrare ogni istituzione, convenzione, abitudine verso la fine di quegli anni ’70 che ci hanno donato il meglio della musica del secolo scorso. Un gruppo capace anche di estrema chiarezza sugli obbiettivi, quando organizzarono, in anni più recenti, il “Filthy Lucre Tour”, ovvero “Tour per il lurido guadagno” (che ci ricorda qualcosa di cui forse parleremo più avanti, ma che non abbiamo il tempo di approfondire).

Un gruppo, però, di non-musicisti, di simpatici e disgustosi impostori, incapaci di suonare i loro strumenti. Un gruppo comunque di notevole successo.

«Ever get the feeling you’ve been cheated

(Johnny Rotten)

Da qui il titolo del film di Julien Temple “The Great Rock ‘n’ Roll Swindle”, uno pseudo docu-film (anch’esso fasullo), che racconta la storia del gruppo (non)musicale, dal punto di vista del loro produttore, Malcolm McLaren (quello che ci guadagnava, insomma…). Quella sopra è la l’immagine della copertina della colonna sonora del film.

Johhny Rotten si dissociò completamente dalla produzione del film.

Ma se si possono far soldi con un gruppo musicale finto, potrebbe pensare (o aver pensato) qualcuno, non si potrebbe fare lo stesso con una norma tecnica?

La norma che richiede di non essere applicata

Ma come? Non avete inserito la ISO 10012 nei documenti di riferimento?

Ohibò! Non stabilite le frequenze delle tarature secondo la ISO 10012? Ma potreste RISPARMIARE sugli interventi!

ORRORE! Non avete mai seguito corsi sulla ISO 10012! (foraggiando abbondantemente chi questi corsi li tiene…)

Sono domande e frasi che spesso i laboratoristi si sentono rivolgere nel corso delle verifiche di accreditamento (o che, anche se non espresse in modo esplicito, sono in qualche modo “nell’aria” durante le verifiche stesse).

Molti fan buon viso a cattivo gioco, seguono un altro corso, comprano a caro prezzo la norma, rivedono i loro elenchi e scartoffie, modificano procedure e frequenze perdendo tempo prezioso (dedicabile invece ad esempio all’ascolto del Rock anni ’70), “fanno contento” l’ispettore/trice e “attaccano l’asino dove il padrone vuole”.

Per inciso: un vinile d’epoca costa meno dell’iscrizione all’ultimissimo meraviglioso corso sulla ISO 10012. Credo si dovrebbe considerare con attenzione questo fatto.

Così al giro successivo possono compiacersi per la constatazione, da parte del padrone stesso, del “miglioramento sulla gestione delle apparecchiature”. Miglioramento non “continuo”, ma è comunque meglio che niente…

Pochi fanno la prima cosa che è sempre opportuno fare: andare “alla testa dell’acqua”, ovvero leggere attentamente norme e documenti, con attenzione e rigore logico, per decidere autonomamente se il documento del caso è:

  • Obbligatorio
  • Utile

Come vedremo non sono questi i casi della 10012 che, anzi, sconsiglia essa stessa ai laboratori il proprio utilizzo! Venite con me “alla testa dell’acqua” e lo scopriremo assieme.

Ma come? Gli ispettori sbagliano? I consulenti che ce la consigliano sbagliano? Il Supremo E Unico Ente Delle Maiuscole E Della Qualità sbaglia anch’esso (o Esso)?

Pare di sì, vediamo perché.

(Tutti sbagliano, sono quelli che insistono a sbagliare quelli da guardare con sospetto…)

Non è una norma per laboratori

La norma ISO 10012, simpaticissima norma emessa nel 2003 in sostituzione della precedente EN 30012 del 1994, recepita e tradotta dall’UNI nel 2004, tratta, come da eloquente titolo, di “Requisiti per i processi e le apparecchiature di misurazione”. Essa “specifica i requisiti generali e fornisce la guida per la gestione dei processi di misurazione e per la conferma metrologica delle apparecchiature per misurazione utilizzate per supportare e dimostrare la conformità ai requisiti metrologici” e “specifica i requisiti di gestione per la qualità di un sistema di gestione della misurazione, che può essere utilizzato da un’organizzazione che esegue misurazioni come parte di un intero sistema di gestione e per garantire che siano soddisfatti i requisiti metrologici”.

Nelle sue 28 pagine (ciascuna venduta a meno di tre euro, inclusi introduzione, indice, una seconda pagina di intestazione anche in francese e tedesco, sai mai qualcuno si fosse perso la prima, e un paio di pagine bianche: un buon prezzo, considerato quanto Sid Vicious pagava le dosi ai suoi spacciatori, riducendosi poi allora peggio di chi la norma se la vuole oggi proprio sparare nel cranio), tratta dei soliti interessantissimi argomenti “della qualità”, come la responsabilità della direzione, la gestione delle risorse, l’analisi e miglioramento del sistema di gestione, con al centro il capitolo che potrebbe essere di maggiore interesse, il settimo: “Conferma metrologica e realizzazione dei processi di misurazione”.

L’introduzione dispensa, con dovizia di particolari, alcune perle di autentica saggezza. Ad esempio, avevate mai pensato che:

“Un’efficace gestione del sistema di misurazione garantisce che le apparecchiature per misurazione e i processi di misurazione siano idonei per l’utilizzo previsto”

Ditelo: credevate che prendere a martellate i gascromatografi ne migliorasse all’istante il funzionamento…

E poi:

“I metodi utilizzati per la gestione del sistema di misurazione, vanno dalla verifica di base dell’apparecchiatura per misurazione all’applicazione di tecniche statistiche utilizzate per la tenuta sotto controllo del processo di misurazione”

E noi che pensavamo che scrivere il manuale qualità potesse bastare…

Non manca (erano i primi anni duemila, eravamo tutti in preda all’ubriacatura dell’ “approccio per processi”, un po’ come I Pistols con le loro sostanze) un bel disegnino schematico dei rapporti tra i capitoli della norma che fanno girotondo attorno al mondo (quello della Qualità, sempre con La Dovuta Maiuscola).

I classici primi tre capitoli, che ogni Norma (maiuscolo!) Degna-Di-Questo-Nome ostenta baldanzosa (ovvero scopo e campo di applicazione, riferimenti, normativi, termini e definizioni), si portano via un’altra pagina e mezza, non dicendo nulla di particolarmente interessante, se non che:

  • La (presente) norma internazionale non è intesa per essere utilizzata come un requisito per dimostrare la conformità con le ISO 9001, ISO 14001 o con ogni altra norma
  • La (presente) norma internazionale non è intesa come una sostituzione o come un’aggiunta ai requisiti della ISO/IEC 17025

Avete letto bene: a pagina 2, capitolo 1, c’è proprio scritto che la norma “non è intesa come una sostituzione o come un’aggiunta ai requisiti della ISO/IEC 17025”.

Poco prima, sempre nello “scopo e campo di applicazione” (è vero, nel capitolo 1 ci sono altre cose interessanti), si dice che la norma “specifica i requisiti di gestione per la qualità applicabili a un sistema di gestione della misurazione, il quale può essere utilizzato da un’organizzazione che esegua misurazioni sia come parte dell’intero sistema di gestione, sia al fine di garantire che i requisiti metrologici siano soddisfatti”.

In effetti il laboratorio è senza dubbio una “organizzazione” e normalmente “esegue misurazioni” (tranne certi laboratori che fingono, un po’ come i nostri amati Sex Pistols, di effettuare misurazioni ma in realtà sono abili nella creazione dal nulla di dati analitici).

Il quarto capitolo, con un certo tipo di outing, si autodichiara inerente a “requisiti generali”: non dice nulla, ma lo dice impiegando quindici righe di testo, oltre a un appariscente riquadro “guida”.

Si entra nel vivo della fuffa qualitatese a partire dal quinto capitolo: alta direzione, attenzione focalizzata al cliente, obbiettivi per la qualità, riesami di direzione, la fanno da padroni, pronti ad essere recitati come tanti mantra dagli adepti della Qualità (maiuscola, mi raccomando!), quelli che, non riuscendo a fare davvero i consulenti di direzione, vengono a recitare la loro litania nei nostri laboratori.

Non è da meno il sesto capitolo: i sottocapitoli risorse umane (termine orrendo, meritevole di gulag, gogna, o ghigliottina, scegliete voi), risorse relative all’informazione, software, registrazioni, identificazione, risorse materiali, ambiente, fornitori, non aggiungono una virgola che sia una rispettivamente ai capitoli 6.2, 8.3, 7.11, 8.4 e 7.5, 6.4, 6.3, 6.6 della ISO 17025. Però è possibile che qualcuno vi intrattenga a caro prezzo su queste virgole assenti per un paio d’ore, se ci tenete proprio. Non sarò certo io, quel qualcuno (starò probabilmente ascoltando un disco degli Stooges, che erano meglio dei Sex Pistols: fatelo anche voi).

Con l’ottavo capitolo arriva una seconda (over)dose di fuffa qualitatese, tra miglioramento continuo, audit (loro direbbero òdit ma noi li perdoniamo per questo), soddisfazione del cliente (che mugola di piacere al sapere dei nostri progressi sulla verifica intermedia dei termometri), monitoraggio, non conformità e azioni correttive e preventive (nostalgia!), accenni all’analisi del rischio e alle carte di controllo (altri rigogliosi terreni di pascolo per gli RdQ – no, non quelli – si parla dei Rivenditori della Qualità), fino al climax del diagramma-di-flusso-del-processo-di-conferma-metrologica, che tutti attendevamo con ansia.

E il settimo capitolo?

Non me n’ero dimenticato, volevo lasciarlo come dessert, essendo quello più centrato sulle “misure”, il meno ricco di fuffa qualitatese, quello che parla dei famosi “intervalli di conferma metrologica” sui quali tanti corsi, tante parole (e tanti euro) si spendono.

Non è che la fuffa non ci sia anche qui, e comunque abbondante (vedere più avanti), è che ce n’è di meno che negli altri capitoli.

Il capitolo parla della “conferma metrologica”, in precedenza definita nella norma come “insieme di operazioni richieste per garantire che un’apparecchiatura per misurazione sia conforme ai requisiti per l’utilizzazione prevista” e contiene una interessante sbrodolatura su ogni aspetto di questa famigerata “conferma metrologica”, ricco di ripetizioni di concetti stranoti nella ISO 17025.

Riguardo agli “intervalli di conferma metrologica” e alla loro definizione, il pallino di certi sedicenti guru della qualità (ops! La maiuscola!) che vogliono insegnarci il mestiere senza conoscerlo, la ISO 10012 ci dice che:

  • I metodi per definire questi intervalli devono essere descritti in procedure documentate
  • Devono essere (gli intervalli) riesaminati e adattati quando necessario e in caso di riparazioni o modifiche

Basta.

Vi sono poi, nel capitolo, cenni per noi incomprensibili a limitazioni all’accesso alle regolazioni delle apparecchiature (bloccate la manopola di regolazione del pHmetro e del termostato, mi raccomando, seguendo alla lettera le prescrizioni del punto 7.1.3!) e sul come intervenire in caso di manomissione dei sigilli (questi malintenzionati scassinatori di pHmetri!), ulteriori ridondanze sulle registrazioni (quelle specifiche del processo di conferma metrologica) e sulla loro gestione, e altri inutili orpelli qualitatesi in stile “Vision 2000” (ah, che nostalgia degli entusiasti predicatori del Nuovo Verbo che circolavano a inizio millennio) sulla progettazione, realizzazione, registrazione, del processo di misura… ZIONE! Indovinato.

Quanto detto sull’incertezza e sulla riferibilità delle misure al Sistema Internazionale nel capitolo 7.3 della ISO 10012 è un bignamino dal contenuto di tre ordini di grandezza inferiore a quanto abbiamo studiato e ristudiato volenti o nolenti negli ultimi venti o trent’anni sul tema, nei laboratori. Niente che già non sappiamo.

È una norma che chiede di non essere usata nei laboratori

La norma ISO 10012 serve (forse) a quelle organizzazioni che (forse) non hanno familiarità con le misure, le tarature, le verifiche intermedie, i controlli di funzionamento, la riferibilità delle misure. Può (forse) essere utilissima per una fabbrica di calzature, per un venditore online di dischi usati anni ’70, per una cosca colombiana che vogliano certificarsi ISO 9001. Non a caso la norma ripete, in maniera meno accurata, una serie di concetti ampiamente trattati nella ISO 17025.

La norma DICHIARA esplicitamente di non essere “intesa … come un’AGGIUNTA ai requisiti della ISO/IEC 17025”. La ISO 17025 dice (e chiede) già tutto ciò che serve, in termini generali, a un qualunque laboratorio di analisi o centro di taratura.

Già, “in termini generali”, ma quelli specifici dove li troviamo?

Usiamo QAC, AML, ISO 7218

Li troviamo, ottimi e abbondanti, nelle tre guide e norme suddette, per i laboratori chimici e microbiologici. Evitiamo i corsi unitil… ehm… inutili.

Le norme e guide riportano ogni dettaglio su QUALI tarature, verifiche e controlli sono necessari, sul QUANDO farli, sul loro SIGNIFICATO.

È molto più semplice dichiarare che la politica del laboratorio per quanto riguarda la “conferma metrologica” si basa sui tre documenti citati e che il laboratorio adotta criteri e frequenze definiti dai documenti stessi che non raffazzonare improbabili dettagliatissime analisi del rischio per scoprire che le verifiche intermedie sui termometri (le stesse che il guru della qualità, quella minuscola, quella meschina e tarocca, ci aveva affibbiato qualche anno prima) si possono evitare.

Spoiler: le guide QAC e AML, così come la ISO 7218, NON PREVEDONO verifiche intermedie sui termometri di lavoro, e chiunque abbia utilizzato un minimo un termometro in laboratorio in vita sua sa che il termometro o si guasta del tutto, o continua a funzionare pressappoco come prima, comunque in modo adatto alle esigenze analitiche.

Maggiori dettagli nel corso su “tarature, assicurazione qualità, monitoraggio delle competenze nei laboratori di microbiologia”.

La discussione è aperta, qua sotto…